Cosa abbiamo imparato da Franca Rame

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Ci sentiamo improvvisamente un po’ spaesate.
Franca Rame questa mattina ha deciso di addormentarsi per un periodo di tempo molto lungo e, in tutta sincerità e senza alcuna pretesa di carattere religioso, ci auguriamo che esista un luogo, un tempo e uno spazio in cui lei possa trovarsi ora per continuare a seminare esattamente come ha fatto fino ad oggi.
Non possiamo dirci preparate sul teatro o sulla vita di questa piccola grande donna, ma l’abbiamo incontrata proprio in università, qualche anno fa, per uno spettacolo tenuto insieme a Dario Fo dal titolo “l’Architettura del teatro”. Che meraviglia!
In quell’occasione abbiamo capito davvero cosa si intende quando si dice che “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna” e anzi, forse la verità è che dietro ad un grande uomo c’è una donna ancora più grande.

Anche Franca Rame era una progettista.
Il teatro, in quanto insieme di azioni volte ad un’efficace comunicazione di un racconto, è un progetto ambizioso. Tanto più quando si fa riferimento a monologhi o a situazioni prive di scenografia: il corpo diventa TUTTO.
La persona si fa mezzo espressivo, la sua figura è sentimento, i suoi movimenti il battito cardiaco, la voce, il ritmo, la cadenza, il fiato nel microfono… Tutto così impalpabile, ma tutto impressionante nel senso più figurativo del termine, proprio a rimarcare che è qualcosa che ti si stampa addosso in qualche modo.
E da progettiste, ma prima ancora da donne consapevoli e presenti ad una quotidianità alle volte non semplice, non possiamo che prendere come esempio di quanto appena scritto uno dei monologhi più forti che Franca Rame ci ha lasciato: Lo stupro.
E’ un pezzo molto forte, in alcuni punti fa quasi male. Ma mai come oggi, necessario. Necessario perché niente come un’interpretazione fisica e visiva del malessere è in grado di colpire di più. Perché a sentirle in tv, certe cose, non ci si rende davvero conto, ci si lascia prendere per qualche minuto, ci si lascia sfiorare, ma poi la sensazione evapora. Mentre un racconto così vivo, visivo, tutto carne, ossa e respiri concitati, ti entra dentro e ti fa capire che è vita vera.

Solo tempo dopo è la stessa attrice a rivelare l’autobiografia di questo suo intervento.

E insieme a Franca, vale la pena citare una recente scoperta femminile che a suo modo (e in un modo di certo più vicino al nostro) ha raccontato un’altra storia di violenza. In Jennifer’s room è un video illustrato di Marina Luz, illustratrice statunitense che ha deciso di utilizzare lo strumento grafico per raccontare la storia di Jennifer, una ragazza che ha subito violenze sessuali in un istituto pubblico. Il suo contributo rientra all’intero di “California watch –  center for investigative reporting” che sfrutta delle nuove strategie di comunicazione per raccontare le inchieste su cui il centro lavora.
Il video, della durata di 11 minuti, è narrato da una voce maschile e femminile, mantenendo dei toni tanto pacati quanto “confidenziali”, come se Jennifer, la sua storia, la stesse raccontando a noi.

Sono due storie diverse, veicolate in modo diverso, ma che non devono mai farci dimenticare che abbiamo in mano un potere gigante: quello di poter comunicare in modo efficace. E dobbiamo sfruttarlo per raccontare i meccanismi inceppati e malfunzionanti su cui, ci auspichiamo, si possa intervenire con propositività progettuale.

D.

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