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Avevamo già parlato della nostra passione per il Bento, consigliandovi Monbento per i vostri regali di Natale. E oggi ne riparliamo giusto in tempo per la pausa pranzo!
Parliamo quindi di cibo, illustrazione, grafica e Germania!
DAS BENTO BUCH di Cam Tu Nguyen è ancora un esperimento: parte infatti dalla sua tesi di laurea presentata alla Technischen Hochschule Georg Simon Ohm di Norimberga proprio agli inizi di quest’anno. Noi speriamo che abbia la stesso destino di Herbarium Taste di V. Raffaelli e che si trasformi presto in un libro da poter acquistare anche qui in Italia.
Il motivo è presto detto: questo libro ci piace molto.
Cam Tu Nguyen affronta il Bento partendo dalle origini e spiega in modo molto chiaro il motivo per cui il “contenuto” (cibo) e il “contenitore” (bento) sono un unico progetto, una vera e propria filosofia. La tradizionale cultura alimentare giapponese Washoku, patrimonio mondiale dell’UNESCO dal 2013, indica tra le varie regole la necessità di includere nello stesso pasto almeno 5 diversi colori, 5 diversi sapori e 5 diversi metodi di cottura. Questa modalità inclusiva, appunto, permette un corretto e completo assorbimento dei nutrienti.
Il libro è pensato come manuale di istruzioni: insegna le tecniche base per fabbricare il proprio bento, per riempire correttamente la scatola oppure per trasformare la vostra schiscetta occidentale in un portavivande giapponese.
A rendere molto speciale questo volume metodico e chiaro, le belle illustrazioni realizzate da Cam Tu Nguyen.
Una tecnica mista che ha permesso di giocare con carte, texture analogiche e digitali, passando allo scanner il riso, il formaggio e anche la salsiccia…!
Ok, basta: stasera sushi.


traduzione da http://www.designmadeingermany.de/2015/72449/
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Luoghi prossimi e pratiche di resistenza estetica è il sottotitolo di questo libro pubblicato ormai nel 2013, ma che è sempre bene avere in giro sulla scrivania. Raccoglie una serie di esperienze europee che raccontano storie di cambiamenti (di paesaggi, di idee, di luoghi comuni...) portate avanti da attori multipli e con forme differenti. Si tratta di ben 45 progetti con un'unica missione: quella di costruire habitat quoditiani più belli. Belli, sì. A dimostrazione che il design è già andato ben oltre la retorica basta incrociare progetti come The Generator / EMMA di Raumlabor o altri interventi puntuali ma significativi come quelli di Wagon Landscapingper non parlare del Jardin DeMain del collettivo COLOCO (che per altro arricchisce il libro con delle illustrazioni fantastiche). Qualche giorno fa abbiamo detto la nostra (cfr. Mal di render(ing)) sul valore delle immagini che noi progettisti realizziamo e su come le qualità estetiche di queste siano di fatto il nostro primo strumento di dialogo con il mondo. Ecco esattamente cosa intendevamo e perchè, spiegato in questo bellissimo libro: "Coltivare l'immaginario [...] costituisce un atto culturale fondamentale e una pratica vitale di resistenza poetica. "Il pensiero pensa e l'immaginazione vede" scriveva Bruno Munari. Nella dimensione contemporanea, coltivare l'immaginario degli abitanti della città [...] può aprire vertiginosi percorsi di riscoperta dei luoghi dimenticati [...]. La coltivazione dell'immaginario aiuta a produrre opportuni cambi di percezione del reale e a tenere allenato lo sguardo estetico. Coincide in molti casi con la colonizzazione imprevista di una scena urbana per trasformarla in uno spazio critico, traducendosi così in un atto politico. Altre volte, invece, è proposta come invito a correggere prospettive date, suggerendo letture e usi alternativi di vuoti sonnolenti e paesaggi incerti.    

Esce finalmente oggi un libro che aspettavamo con trepidazione da tempo.
Forse la parola “libro” è riduttiva… Certo, lo è nella forma, nella funzione, nell’identità. Ma è soprattutto un oggetto bellissimo, una di quelle cose da tenere a portata di mano e da consultare di tanto in tanto (noi lo faremo spesso, ah se lo faremo!) per sorridere e riempirci gli occhi una bellezza semplice e pulita.
Parliamo del tanto atteso HERBARIUM TASTE di Valentina Raffaelli, da oggi finalmente disponibile per Corraini.
Di Valentina sappiamo che ha una formazione che parte dall’architettura, passa per il design degli interni e confluisce in tutta la sua ricchezza nel cibo, una passione che ha avuto modo di coltivare con maggior dedizione ad Amsterdam dove ha da poco avviato il progetto internoconcucina. Sappiamo di lei che crede nella forza del “fare le cose con le mani”, per questo nonostante la distanza dall’Italia, non perde occasione per collaborare con gli artigiani italiani da cui ha acquisito non sono le conoscenze tecniche relative alle lavorazioni, ma anche lo spirito. E questo stesso spirito è qui, nel progetto di Herbarium Taste che Valentina da anni cura, arricchisce, modifica e ci consegna oggi come prontuario stagionale da tenere tanto in cucina quanto sulla scrivania.
Un progetto che trova nel in questo preciso momento il terreno fertile per crescere. Perchè che voi siate Expo-ottimisti, vegetariani, healthy-oriented, food-instragrammer o hipster, amanti dell’illustrazione, designer o semplicemente curiosi non fa differenza. La delicatezza di questo volume, che accarezza il sempre attuale approccio munariano del gioco come chiave di approfondimento (chi non le ha mai viste le Rose nell’Insalata e le foreste nei tranci di broccoli?), vi metterà tutti d’accordo.
Quindi andate subito a comprarlo, così avrete conferma che con questo freddo ci fanno bene le verze, soprattutto quelle ben disegnate!

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Elianto film è una realtà che ci piace raccontare. E non solo perchè quelli di Elianto film fanno cose bellissime, ma perchè le fanno anche bene. Tra le cose che hanno fatto bene negli scorsi mesi c’è la partecipazione al contest VIDEOMAKARS promosso da Fondazione Italiana Accenture e Fondazione Milano – Civica Scuola di Cinema, con il …

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Sfatiamo un mito.
I render non sono belli.
I render sono il male.
Sono il male per il progetto, per i progettisti, per i committenti ma soprattutto sono il male per quello che amiamo definire con grande rispetto e devozione “target medio”.
Il target medio è mia mamma, tua sorella, la zia di tuo padre. Loro sfogliano le riviste dal medico, i giornali gratuiti in metro la mattina, in casi di estrema fortuna una copia di “cose di casa” perchè devono rifare il bagno. E per fortuna che esistono questi meravigliosi esseri umani che compongono il “target medio” perchè ci permettono di misurarci con sfide sempre nuove, ogni giorno, sul campo del progetto.
Una di queste sfide è quella del LINGUAGGIO.
Noi designer (desainer per il tm più avanzato) abbiamo un compito molto complesso ma incredibilmente appagante: riuscire ad esprimere i concetti con le immagini laddove le parole non possono, o forse devono, arrivare. Ed è per questo che fin dai nostri primi teneri passettini veniamo incoraggiati a diventare dei polistrumentisti, destreggiandoci in veri e propri decathlon alla ricerca dei modi che siano non solo più adatti a raccontare quello che siamo stati in grado di produrre, ma soprattutto come e perchè. Raccontarne il senso, insomma.
Non è una strada semplice quella della dimensione della rappresentazione, è una via tortuosa, un dedalo intricatissimo che vede l’eterna lotta tra alcune macrocategorie composte dai nostalgici della mano e della matita (con tanto di prospettiva aerea), dai fanatici del evergreen pantone e dai nerd che dagli due textures e ti sollevano il mondo.
Alla luce delle esperienze maturate (non tantissime, ma siamo in 4 e questo ci permette di moltiplicare le cose viste collocandoci verso un’età anagrafica superiore alla nostra), riteniamo sia molto complesso definire una “giustezza” della rappresentazione. Il bello del nostro lavoro è proprio quello di poter provare ed azzardare su carta o su schermo quello che più ci stuzzica, coltivando immaginari (ndr. di questo parleremo molto presto!) che permettano di andare oltre la conoscenza delle forme del quotidiano. è un lavoro di responsabilità quello di introdurre dei nuovi modi di guardare alle cose ed è giusto che la nostra figura se ne faccia carico.
Questo è quello in cui crediamo.
Poi però accadono cose come la presentazione dei render di Expo 2015. (qui una delle gallery completa)
In questi momenti, tra il serio e il faceto, con un sorriso che è più un ghigno di dolore, ci chiediamo semplicemente “PERCHè?”.
Perchè?


E allora non stupiamoci se il tanto amato target medio non l’ha capito che cos’è quest'”Expò”. Perchè laddove non sono arrivate le parole, le presentazioni, gli spot, le proteste, dove non è arrivato nemmeno Foody che poverino non è colpa sua, dovevamo arrivarci noi.
Noi cultori dell’immagine e del racconto senza parole.
L’immagine è un’arma potentissima: ha il potere di aprire le teste delle persone senza che queste quasi possano accorgersene. Ciò la rende uno strumento altamente democratico e che abbiamo il dovere di preservare, innovare e coltivare per arrivare a dialogare con consapevolezza con quel target medio che, soprattutto grazie a noi, avrà modo di evolversi e crescere a sua volta.
Non il render. L’immagine.
Per farlo servono progettisti che sappiano mostrare usando quanto di più democratico e accessibile dovrebbe esserci al mondo: la bellezza.