archivio

Archivi tag: inunaparola

Architettura

Etimo: da architetto dal greco archè, primo unito a tekton artefice
Sign: insieme di principi che guidano l’attività del creare e del costruire

Architetto, cioè colui che pratica l’architettura, è una parola formata dalla fusione di due termini: Archè e Tekton.
Archè esprime sia l’origine, il principio sia la guida e il comandare.
Tekton richiama significati quali inventare, creare, plasmare, costruire ma anche l’arte manuale e il fare tecnico.

Quindi sintetizzando possiamo dire che l’architettura è l’insieme di principi che guidano l’attività del creare e del costruire (intesi soprattutto in senso pratico).

Platone classificherebbe i principi nel mondo delle idee: essi sono infatti qualcosa di mentale ed immateriale, sono pensieri e riflessioni, impalpabili e eterei.
Questi principi hanno la possibilità di diventare reali, passando così dal mondo delle idee al mondo della cose, prendendo forma e materia: attraverso l’attività del creare e del costruire questi principi diventano architetture che possiamo vedere con i nostri occhi, toccare, attraversare, vivere.

La trasformazione dall’immateriale al reale avviene per mano (o azione) umana.
Siamo noi che trasformiamo le idee in principi ordinatori.
Siamo noi che cogliamo i principi e li trasportiamo nel reale.
Siamo noi che costruiamo perseguendo tali principi con la volontà di dargli forma e materia.

Il principio è una scelta, una possibilità tra le tante, un’idea che si decide di seguire, di prendere come ordine e guida e che si persegue per trasformarlo in qualcosa che ancora non è, ma che sarà.

L’architettura è il collegamento tra il mondo delle idee e il mondo delle cose, tra il progetto e l’opera realizzata, è quel filo sottile che collega il pensiero finalizzato alla cosa realizzata.

Non è l’opera finita e non è neanche la semplice idea, l’architettura è il processo.
Come in una reazione chimica in cui si mescolano diversi elementi al fine di arrivare ad avere qualcosa di nuovo, l’architettura non è l’idea di mescolare gli elementi e non è neanche la conclusione dell’esperimento, l’architettura è il processo di trasfomazione, è il momento in cui avviene il passaggio tra ciò che era a ciò che è.
Come ci dice l’etimo della parola che fonde insieme principi e pratica del costruire, l’architettura si trova nel luogo in cui ci sono i principi e c’e anche la realtà, dove l’immateriale e il materiale coesistono.

Alla luce di questo, maqualidesigner, è tutta architettura quella che vediamo?

Molti hanno provato a fare una distinzione tra cio che è architettura da ciò che non lo è, alcuni seguendo principi storici, rifacendosi ai classici dell’architettura, altri secondo principi estetici, scomodando la “bellezza” ed altri valori soggetti al tempo e allo spazio.
Noi abbiamo provato a guardare l’architettura come un momento più che come una caratteristica, come una trasformazione più che come un’etichetta.
Abbiamo provato ad esplorare l’architettura come un passaggio tra due mondi che vada oltre al giudizio nella ricerca di nuovi stimoli e nuovi collegamenti, nuove riflessioni su idee e pratiche, insomma nuove opportunità.

Armonia

Etimo: dal greco Armozein, connettere, collegare dalla radice AR, unire, disporre
Sign: composizione di elementi diversi per formare un unico concordante

Armonia non è una semplice parola, è una continua fonte d’ispirazione, ma vediamo perchè.

Ci sono due presupposti di base per creare Armonia: la diversità e l’unione.

Ora, questi due presupposti di base sono la condizione sinequanon: non può esistere Armonia senza la diversità e senza l’unione.
Non si tratta di opzioni, non possiamo scegliere o l’una o l’altra, dobbiamo prenderli tutti e due, così, come sono.
Iniziamo dalla prima, la diversità.
Ci piace la diversità?
Pensiamoci bene…
Prima di rispondere a gran voce “siiii, certo che ci piace!” pensiamo a tutto quello che, perchè diverso, è ritentuto “ingiusto” (anche se ovviamente diverso ed “ingiusto” sono due parole differenti) a tutto quello che, perchè diverso, è ritenuto “sbagliato”, “scorretto” a volte addirittura “inaccettabile”… Pensiamo a tutto quello che perchè diverso crea fatture, distacchi e allontana… Questo modo di intendere la diversità, evidentemente, non crea armonia perchè senza l’unione la diversità non è armonica, resta diversità.

L’unione è una scelta, la parte attiva del processo: la diversità c’è, esiste, è un dato di fatto, sta però a noi scegliere come “usarla”: se colleghiamo le fratture, se componiamo queste diversità in modo creativo ed armonico, ecco che si trova un senso in un equilibrio dinamico e sorprendente che apre a nuove prospettive che non sono più diversità e sono più semplici unione ma sono Armonia.

L’armonia è un Uno, una sintesi in cui le parti pur continuando ad avere una loro identità (e ce l’hanno proprio perchè sono diverse) riescono a creare un loro spazio, a dare senso e significato all’unione perchè trovano un nuovo modo di esprimersi che serva per l’armonia del tutto e non solo per esistere come uniche e separate.

L’armonia è una musica sempre piacevole, un’equilibrio che va oltre la proporzione perchè sa valorizzare tutti gli elementi che la compongono, perchè resta uguale cambiando continuamente.

A noi la scelta quindi maqualidesigner, siamo in armonia con l’Armonia oppure no?

Comunicazione

Etimo: dal latino communicare, mettere in comune derivato da cum, con + munire,costruire
Sign: trasmissione e distribuzione di informazioni nello schema mittente-ricevente

Ci siete maqualidesigner? Siamo in comunicazione?

Partiamo da qui.
Abbiamo inventato le vie di comunicazione (alcune esistevano già, diciamo che le abbiamo solo pensate come tali) e dopo le vie, ovviamente, ci occorrevano i mezzi per percorrerle e quindi abbiamo inventato i mezzi di comunicazione.
Perchè iniziare con questa prospettiva a parlare di un argomento così delicato e complesso quale è la comunicazione?
Perchè la comunicazione è un viaggio.

Un viaggio di messaggi, siano essi sotto forma di parole o di di-segni, che partono da un luogo per arrivare in un altro. (Il luogo è inteso in senso ampio, anche una persona può essere un luogo. n.d.r.)

Il viaggio di questi messaggi è avventuroso e imprevedibile perchè i fattori in gioco per mettersi in comunicazione sono molti e diversi e i fattori si intrecciano, si annodano e in tutto questo aggrovigliarsi possono anche crearsi confusioni.
E’ vero che ci piace suddividere la comunicazione in verbale e non verbale, linguistica o corporea, etc. ma la comunicazione è una ed unica; si certo, ha molte sfaccettature ed è più facile studiarla se prendiamo un settore alla volta ma il risultato di una comunicazione è sempre una somma.

Quindi possiamo analizzare, studiare e cercare di prevedere come si combineranno tutti questi fattori ed è qui che sta la magia della comunicazione, di quella fatta con una certa consapevolezza. Perchè di magia si può parlare se visualizziamo il viaggio di messaggi che nonostante attraversino la tempesta (causata dai fattori che si relazionano tra loro) riescono comunque a prendere il largo e arrivare a destinazione.

Per concludere, la comunicazione è l’arte di mettere in comune e ciò che è in comune ha il potere di far costruire insieme.
A questo serve la comunicazione così come ci ricorda il suo etimo.

Quindi apriamo le orecchie, gli occhi, le mani e tutti i sensi che abbiamo per comunicare con il mondo quello che vogliamo condividere per costruire insieme ad altri qualcosa che abbia realmente significato.

Mettiamoci in comunicazione e restiamoci maqualidesigner! Buon viaggio!

Parola

Etimo: parabole, parabola-parola
Sign: complesso di fonemi (e di relativi segni grafici) con il quale l’essere umano si esprime

Le parole hanno dei limiti. O meglio, le parole sono dei limiti.
Ma andiamo con ordine.

Parola arriva dal greco parabole, più nota a noi come la parabola cristiana.
L’origine del termine che noi usiamo così frequentemente e in molti e diversi contesti (abbiamo già giocato con le “parole” nel primo post di questa rubrica) arriva dalle parabole. Anticamente le parabole servivano a chiarire attraverso il confronto (il verbo greco “paraballo” vuol dire confrontare) un argomento complesso avvicinandolo a uno più chiaro e noto. In epoca cristiana le parabole erano racconti di storie immaginarie ma potenzialmente reali che avevano lo scopo di evidenziare un insegnamento, una verità.

Le parabole insomma erano insiemi di parole che avevano l’intento di dimostrare/spiegare/raccontare altro rispetto a loro stesse.

Bizzarra origine per quello che noi riteniamo il miglior strumento di comunicazione a nostra disposizione.
Che lo dichiariamo o no cerchiamo sempre di ridurre tutto a parole (e non che questo non sia importante o non vada bene) ma non è sufficiente.

Quando un pensiero, che è illimitato e infinito per sua natura, si concretizza in una parola accade che lo stesso pensiero venga limitato all’interno di segni (grafici o fonetici). La parola è quindi quello strumento di estrema sintesi che ci permette di dare una prima dimensione reale al pensiero. In questa trasformazione l’infinito resta solo nell’immaginario, la parola limita ciò che il pensiero poteva espandere, perchè lo riduce ai minimi termini. Questa contrazione è in grado comunque di un’azione potente: l’immaginazione.

La parola limita, si, ma contemporaneamente evoca, fa immaginare: limita il reale  per illimitare l’irreale.
Ed è così che le parole muovono le persone alle azioni, le azioni creano esperienza che è in grado di ricreare pensieri e quindi altre parole dando vita ad un eterno ed infinito ciclo creativo.

Le parole sono dei limiti, si, ma è bene guardare questi limiti come qualcosa oltre il quale spingersi, ogni tanto; in questo senso, andando oltre al limite delle parole, entriamo nel ciclo creativo dove tutto è possibile.

E con questa affermazione espandiamo il potere creativo della parola oltre il suo limite fino a voi maqualidesigner! Buone parole per tutti!

Disegno/Design

Etimo: de, di + signum, segno
Sign: rappresentazione per mezzo di segni

Due elementi: la preposizione di e la parola segno.
Sconvolgendo l’ordine partiamo dalla seconda, andiamo subito a segno.
La semiotica definisce i segni come “qualcosa che sta per qualcos’altro, a qualcuno in qualche modo”, definizione articolata che ci introduce la vastità che si racchiude dentro a questo termine.

Quello su cui ci interessa riflettere è che con i segni lasciamo il segno e questo segno cade, si dilata e prende spazio in un sistema complesso di interazioni/interpretazioni/valori in cui agiscono soggetti/oggetti diversi in contesti/situazioni diverse.

La preposizione “di” ci introduce il fatto che stiamo utilizzando i segni come mezzo o come materia o come stato in luogo o come il fine di qualcosa.
I segni diventano disegni in quanto rappresentazioni (già visibili o ancora mentali) di espressioni di messaggi fatti “
matericamente” di segni.

La complessità dell’origine di questa parola e delle numerose sfaccettarure dei termini che la compongono ci conforta sul perchè la figura del designer (disegnatore in senso lato) sia ancora così nebulosa, poco chiara e difficilmente definibile ancora oggi.

Ma noi non diamo segno di sconforto maqualidesigner e continuiamo ad andare a segno (o almeno ci proviamo) con i nostri di-segni-di-design!

 

 

Espressione

Etimo: dal verbo esprimere formato dal lat. ex + primere
Sign: risultato di un movimento dall’interno verso l’esterno grazie ad una pressione

La bellezza di questa parola sta nel verbo che la compone, premere, associato all’avverbio fuori. L’espressione è qualcosa che, come ci suggerisce l’etimologia, viene spremuta fuori, schiacciata con forza verso l’esterno. Il verbo premere non indica certo una delicatezza nel l’azione ma al contrario una decisione, una pressione, una forza.

L’origine della parola ci suggerisce inoltre un movimento: un passaggio dall’interno all’esterno: come il succo dell’arancia che arriva dal frutto che viene tagliato in due, pressato su uno spremiagrumi e quindi è libero di sgorgare dall’interno della scorza che lo proteggeva nel nostro bicchiere o come le nostre espressioni facciali che schiacciano, stirano e contorcono i muscoli per tirare fuori stampandolo sul nostro viso quello che sentiamo/pensiamo.

L’espressione è quindi il risultato di qualcosa che è stato concepito dentro e che non potendo/volendo più stare dove è stato concepito viene spinto con decisione verso l’esterno; il passaggio avviene tramite un canale, un filtro, un mezzo che permetta a qualcosa di immateriale di trasformarsi e trovare posto nella realtà per diventare appunto Espressione.

Con il termine parola abbiamo creato molti modi di dire nella nostra lingua:
diamo la parola, siamo di parola, facciamo giri di parole e giochi di parole, a parole è tutto facile se sappiamo cosa si nasconde dentro alle parole.
Parliamo quindi delle nostre parole, giocando con la loro etimologia e con i loro significati, andiamo alla scoperta delle radici per rivalutare le parole che abbiamo adottato come mezzo di comunicazione tra di noi, che usiamo per esprimere chi siamo e quello che facciamo e mi raccomando facciamone parola con tutti quelli che incontriamo, che la nostra migliore pubblicità è il passaparola, non lasciamo queste parole al vento ma prendiamo la parola, parola per parola, e mettiamo una buona parola per IN-UNA-PAROLA, la nostra nuova maqualerubrica!